...ci vediamo alla Quercia...

...ci vediamo alla Quercia...

mercoledì 1 dicembre 2010

Le prove...


Se la vita ci mette alla prova non capita a caso.
Sto combattendo e questo mi toglie il tempo da dedicare ad un grande piacere come scrivere, ma vi prometto che alla fine di questa battaglia avrò moooolto da raccontare!
Spero a prestissimo...

venerdì 22 ottobre 2010

L'abito non fa il monaco...


E dopo gli ultimi post troppo seri, vorrei mostrarvi tre foto che confermano la complice amicizia tra mio fratello Giovanni e l'allora mio compagno, pseudo-fidanzato Giuseppe, in riferimento al post intitolato "Noi siamo cittadini del cielo" del 22/09/2010.
Ho impiegato circa un mese per convincere Giuseppe che non c'è niente di male a pubblicarle, che sono simpatiche e mi aiutano a rafforzare quelle immagini che mentalmente creiamo quando leggiamo dei racconti.
Insomma, alla fine ha ceduto anche perchè Giovanni non si è mai opposto, anzi, sembra divertito.
Queste foto li ritraggano appena terminato il trasloco di Giuseppe in casa di Giovanni.
Perchè, mentre lo sfigato numero uno (Giuseppe) si accingeva a riempire la sua nuova stanza dei suoi oggetti e abiti, lo sfigato numero due(Giovanni) aveva deciso di fare una bella scrematura di tutti quegli indumenti che erano rimasti sepolti nel suo armadio da alcuni anni a testimonianza del suo vecchio matrimonio naufragato e dell'uomo che era, costretto ad indossare quegli orrendi pigiamini!!!
Giuseppe si piegava in due dal ridere osservando i maglioncini stile college, i pantaloni con la vita alta alla Fantozzi e le scarpe comode e impersonali da pensionato.
Rideva in faccia all'amico e pretendeva di mascherarsi come testimoniano le foto, se lo poteva premettere solo perchè non aveva con sè lo stesso genere di abiti, infatti li aveva eliminati solo la settimana prima!
Io stavo dall'altra parte della macchina fotografica, li ho visti ridere, giocare, confidarsi e mi sono spanciata dalle risate.
Sono convinta che ce ne fossero di più di foto, Jose le avrà fatte sparire!
Buon fine settimana a tutti, augurando che nel vostro armadio ci siamo sempre abiti che vi somigliano e di avere il coraggio di buttare quelli che non vi somigliano affatto!

giovedì 14 ottobre 2010

La vita è la realizzazione di un sogno dell'adolescenza.

Ho sempre fatto grandi sogni, a partire dall'amore, quello con la A maiuscola, la consapevolezza, la verità, incontrare il Maestro, la Pace nel mondo, la salvezza della Natura, diventare scrittrice, viaggiare per il mondo, parlare lingue diverse, regalare ai miei genitori la casa dei loro sogni, vivere sempre in luoghi dove potevo avere: un gatto, una coppia di pastori tedeschi e una tartaruga da terra, e tanti altri che l'elenco potrebbe assomigliare a quello del telefono di Roma.
Mi guardo allo specchio e mi chiedo se somiglio almeno un po' alla giovane sognatrice che ero.
Nello specifico cerco di capire se oggi rispecchio ancora quei sogni, se nella mia storia personale mi sono impegnata abbastanza per realizzarli e soprattutto se sono il risultato della realizzazione di un sogno dell'adolescenza.
Non ancora.
I miei sogni evolvono con me e seguono l'andamento della vita che ho deciso di fare, ma rimangono comunque grandi sogni...grandi sogni.
Se cercassi di spiegare dal punto di vista pratico le ragioni per le quali, dopo tanto vagabondare, io e Giuseppe abbiamo acquistato due capanni agricoli in Toscana, abbiamo deciso di ristrutturarli e di farne poi una Country House o B&B che dir si voglia, la descrizione mi verrebbe facile, ma dietro a tutto questo c'è un grande sogno che sottotitola il luogo di ospitalità che creeremo come un "ristoro dell'anima".
Pensate a questo, a quanto farebbe comodo poter ristorare un po' i nostri pensieri più intimi, avere il tempo e la dimensione adatta per ristabilire le priorità, poter sognare e riavvicinarci all'anima delle persone che amiamo.
Cosa c'è in un "ristoro dell'anima"? Probabilmente le stesse cose che ci sono in tutti gli altri luoghi di ospitalità, ma in più c'è la predisposizione ad andare oltre le apparenze.
Non c'è niente di complicato o esoterico è solo la riconsiderazione di un aspetto fondamentale della nostra vita che il tram tram quotidiano spesso ci costringe ad escludere con conseguenze catastrofiche per le relazioni umane (è sufficiente ascoltare la cronaca dei telegiornali per capire a cosa mi riferisco) è il linguaggio dell'anima.
Decidere di passare un po' di giorni in un "ristoro dell'anima" è ricordare che ne abbiamo una, magari un po' troppo provata, imbavagliata e chiusa da troppo tempo in uno sgabuzzino buio della mente, ma ammettiamo che esiste ancora e siamo disponibili a curarla, guarirla e attendere che non sia più terrorizzata, affinchè possa di nuovo comunicare con noi e ci restituisca intatta la forza di sognare, il coraggio di credere e la dignità del vivere.
Io non so come la pensate voi, ma l'esistenza dell'anima è universale ed io ammetto che sognare di avere anche un piccolo ruolo nella sua riscoperta globale non è roba da poco, ma sono nata sognatrice ed ho incontrato un sognatore, cosa vi aspettavate da due zingari vagabondi col naso sempre rivolto al cielo?

domenica 3 ottobre 2010

Le decisioni.

La volta successiva che prendemmo una decisione tosta in relazione alla nostra convivenza fu ad un paio d'anni dalla vita in comune a Bissau.
Mancavano pochi mesi al compimento dei quarant'anni di Jose ed io fervevo d'impazienza per i preparativi della sua festa di compleanno.
In realtà non è che potessi inventarmi chissà cosa, abitavamo pur sempre nella capitale del sesto paese più povero al mondo, inoltre, dettaglio da non trascurare, ancora non conoscevamo personalmente e non frequentavamo la tanto famigerata dottora Fanny (terzo personaggio più importante e chiacchierato dopo il Presidente e i due Vescovi) con la quale, negli anni successivi avremmo inventato feste indimenticabili a base di pizza, lasagne semi-italiane con ragù di gazzella, maialino al forno alla cubana contornato di polenta di Mario e Morena, il tutto spruzzato di cuba libre e musica latino-americana.
Ad un certo punto della festa Padre Pedro estraeva il suo vecchio violino e suonava le tristissime arie da conservatorio, Ido e Mundy, approfittando d'un momento di distrazione del prodigio riaccendevano la radio per ballare la salsa e il merengue e se avevamo fortuna la serata si concludeva con la “Gringa” che trascinava Fanny in una danza da locali degni de l'Havana.
La sera del compleanno invece mangiammo una crema ai funghi “ospedaliera” della knorr e ali di “pollo a dieta” al curry, in compagnia dei padri della missione e di Marco, amico d'avventura africana che aveva sgraffignato dall'inaccessibile dispensa “un litro di quello buono” che sorseggiammo alla luce fioca delle batterie in assenza forzata di musica.
L'unica nota inconsueta della serata era che avevo costretto Jose a scrivere coi pennarelli sul muro un quaranta di almeno un metro, tutto intorno avevamo scarabocchiato auguri, disegni frasi e firme, come fosse un grande biglietto d'auguri che Giuseppe abbattè a martellate.
Non eravamo impazziti di noia, semplicemente avevamo deciso d'unire cucina e sala con un arco e il giorno dopo sarebbero iniziati i lavori.
La sera stessa “scartando” il suo regalo Giuseppe scoprì le vere intenzioni della sua compagna -Jose, ho pensato seriamente al tuo regalo ed ho deciso che, per i tuoi quarant'anni...-pausa ad effetto -...voglio regalarti un figlio.-
Beh, questo intento merita un paio di riflessioni: la prima è che sarebbe stato più onesto iniziare questo post con la seguente frase: la volta successiva che PRESI una decisione tosta in relazione alla nostra convivenza... e la seconda è che Jose non era proprio così pronto, dato che la sua risposta fù: -Si va beh, possiamo riparlarne tra un paio di mesi?- fortunatamente Giovanni abitava a debita distanza.
Cosa sarebbe cambiato da lì a un paio di mesi non mi era chiaro, so solo che ad un certo punto, una notte, prima di spegnere la luce, gli sventolai la scatola delle pillole contraccettive sotto il naso e buttandole nel cestino esclamai: - Buon compleanno Jose, stasera scade il tuo regalo, se decidi di ritirarlo è a tuo rischio e pericolo-
Dopo due anni di capriole amorose, tecniche d'inseminazione felina rubate alla nostra sapiente amica gatta Taty che sfornava micini a raffica e risate d'amanti clementi inclini alla sperimentazione fantasiosa, nacque Andrea e due anni dopo Sergio.
Sì, diciamolo, la vita di noi esseri umani è costellata di decisioni, talune clamorosamente errate, altre semi-azzeccate, ma la decisione che non ci farà mai più soffrire non sembra esistere, sarebbe come azzeccare domani la sestina vincente del superenalotto con una giocata da un euro!
Sta di fatto che, grazie ad una di queste scelte non proprio azzeccate, mi ritrovai da sola per un anno, a crescere i miei due pargoli di due anni e l'altro quattro mesi di vita.
Periodo da dimenticare se non fosse che, durante i periodi più difficili, io e Jose diamo il meglio di noi e bastonandoci a vicenda ci rimettiamo in carreggiata e alla fine partoriamo che cosa? Una nuova decisione che stravolgerà la nostra vita.
-La prossima settimana torno a casa e ci rimango per due settimane, prepara le valigie che partiamo alla ricerca della casa adatta a realizzare il nostro sogno.-
Stavolta era toccato a lui mettermi in un angolo e costringermi a riprendere le redini della nostra esistenza e questo m'infastidiva, tanto più che mi dava ordini dal Congo, ma sapevo che aveva ragione, che una volta enunciato il sogno non si può perdere troppo tempo con le mani in mano aspettando che ciò che desideriamo si realizzi per grazia ricevuta, bisogna alzarsi le maniche, sporcarsi le mani ed essere pronti a soffrire, fino a sanguinare di dolore, perchè l'Universo veda con quanta tenacia sappiamo condire i nostri sogni.
Dunque la decisione era presa, da quel momento in avanti avremmo impiegato tutte le nostre energie alla ricerca del posto adatto a piantare finalmente la nostra amata Quercia, ma del Sogno, di questo vi voglio parlare la prossima volta.

mercoledì 22 settembre 2010

Noi siamo cittadini del cielo.


"Che triste, mi spiace tanto vederlo così affranto, era talmente sereno e felice fino ad un quarto d'ora fà.
Anch'io mi sentivo così splendidamente euforica e leggera, merito di questa terra.
E' sufficiente dare uno spiraglio al primo mondo che lui t'inghiotte, rompe ogni cosa, ti rimette in riga e, facendo naufragare il sogno, ti ricorda in maniera brutale che tra una settimana dovremo rimettere i piedi per terra.
Non è giusto, se solo potessimo rimanere più a lungo...magari tornare...magari glielo dico...no ferma, pensa!"
Ma la mia bocca aveva già dato fiato a sufficienza per gonfiare le vele e salpare dal porto in meno d'un istante.
-Giuseppe, m'è venuto un pensiero forte e possente che ti devo comunicare a costo di sembrarti pazza - inghiottii guardandolo negli occhi, dietro di noi, su per il vialetto che dalla comunità dei padri portava al dormitorio, si vedeva un pezzetto d'oceano Atlantico, era un'eccezione, dovevano incontrarsi una serie di fattori affinchè questo accadesse ma allora non lo sapevo.
Giuseppe aveva appena ricevuto una telefonata dall'Italia, si trattava di lavoro, la sua società stava affrontando alcune difficoltà che comunque non avrebbe potuto risolvere da Bissau e non poteva nemmeno rientrare prima, quindi chi decise di rovinargli la vacanza lo fece col semplice intento di rovinargliela con mera cattiveria.
-Io ho pensato...cioè...pensi che sia impossibile mollare tutto quello che siamo e facciamo in Italia per poter dedicare un anno o due della nostra esistenza al volontariato qui In Guinea Bissau?
Al nostro ritorno potremo sempre reinventarci e cominciare a costruire la nostra vita daccapo, magari assieme.-
In realtà questa era la seconda volta che gli proponevo di considerare la possibilità di condividere la vita.
La prima volta avevo poco più di vent'anni e contro ogni mia ambizione gli avevo proposto di convivere ma più perchè lo vedevo disperato e senza fissa dimora che non per mia maturità, comunque questo non giustifica la sua risposta.
Mi disse di volerci pensare, per il bene d'entrambe.
Questo sì che era maturo e consapevole, non fosse che, una sera a casa mia s'incontrò con il mio fratellone maggiore, Giovanni, fù colpo di fulmine, amiconi dal principio.
I miei genitori avevano chiesto a Giovanni d'intromettersi un po' nella mia vita privata perchè sapevano che frequentavo un uomo molto più grande di me, lui li aveva esauditi e mi chiese di conoscere Giuseppe.
Ne fui entusiasta, nemmeno sospettavo della sua promessa di spionaggio, il doppiogiochista, e lo feci scendere con me la sera in cui, a sorpresa, Giuseppe s'era ossigenato i capelli per vincere una scommessa.
Io ero allibita, con un sorriso tirato gli presentai mio fratello che fece finta di niente, ma lo conoscevo bene e non m'era sfuggito quello sguardo di stupore misto a disgusto che disegnava chiaramente una nuvoletta sulla sua testa con dentro scritto: "QUESTO E' UN IMBECILLE, ORA CHE DICO AI MIEI?"
Qualche mese più tardi e al rientro dell'emergenza ossigenata, lo presentai anche ai miei genitori.
Giovanni e Giuseppe nel frattempo s'erano incontrati altre volte e mi faceva piacere vedere che andavano d'accordo, anzi, non erano solo compatibilmente legati a me, ma intuivo una sorta di legame tra loro dal quale mi sentivo vagamente minacciata, non sapendone perchè, fino a quella sera in cui Giuseppe, ospite a casa nostra disse apertamente che stava cercando casa e Giovanni propose -Perchè non vieni da me? Il mio appartamento è grande, ho una camera in più che non uso.-
Io me ne stavo seduta in quel maledetto angolo della cucina che evito sempre perchè mi fa sentire in gabbia e da quel buchetto ricordo d'aver pensato: "Adesso glielo dice, i miei sverranno, sono molto giovane per una convivenza e lo conoscono da pochissimo ma sono pronta a lottare."
E lui rispose:-Allora è fatta. Lunedì faccio il trasloco. Luciana sei contenta? Diventiamo vicini!-
Non mi dilungherò oltre sulla vicenda, la convivenza tra Giuseppe e Giovanni è tutta un'altra storia.
Ritornando alla vista oceano Atlantico ricordo lo sguardo di Giuseppe alla mia proposta, da interrogativo si fece deciso in un soffio e rispose (almeno stavolta la risposta era esatta) -Perchè no?-
Ci sedemmo sul muretto, così bene come solo a noi riesce di fare, fantasticando tutto il tempo su come proporci ai padri, su come avremmo sciolto i legami col mondo che ci stava attendendo e che quello stesso pomeriggio aveva violentato così prepotentemente l'unico spiraglio di vita che da anni non riuscivamo più a vivere.
Intanto l'oceano ci osservava in silenzio e a nostra insaputa ascoltava ogni parola,la sera, quando noi ci decidemmo a rientrare in casa, attese la Luna e le riferì ogni nostra intenzione, la mattina dopo lei rimase pallida nel cielo e mi sembrò di sentirla chiacchierare fitto fitto col Sole che ne parlò all'Universo stesso e l'Universo fece tutto quello che era in suo potere affinchè i nostri desideri diventassero un decreto e nonostante tutte le difficoltà e tutti quelli che tentarono di tenerci in Italia, esattamente un anno dopo io e Giuseppe atterrammo di nuovo all'aeroporto di Bissau.
Stavolta ad accoglierci c'era la nostra casetta, situata all'entrata della missione dei padri e per dover di cronaca, Giovanni non ci seguì in quest'avventura, ma venne ospite da noi un'estate.
Ricordo questo come l'attimo più intenso di tutta la nostra avventura africana, il più bello, il più magico, quello in cui decidi della tua vita e ti butti nel vuoto e speri, anzi sai, che l'Universo stesso non ti lascerà cadere.
Con i guineensi ho condiviso tantissime esperienze, da loro ho imparato molto ma più di tutti cerco di non scordarmi l'insegnamento per me più importante, che ai meno accorti svelerà poco o niente, ma a me ricorda chi sono, da dove vengo e soprattutto la meta : NOI SIAMO CITTADINI DEL CIELO.
Grazie ai miei amici della Guinea per sempre nel mio cuore, grazie all'Universo al quale ho affidato il mio prossimo sogno.

mercoledì 15 settembre 2010

Finire in GB (Guinea Bissau)

Aveva ventidue anni quando, per la prima volta, andò in vacanza con un uomo, il suo fidanzato, anche se lei mai e poi mai l’avrebbe definito tale.
Fidanzamento le ricordava qualcosa che terminava con un matrimonio e le veniva l’orticaria, scartato dunque “fidanzato” vagliava l’opportunità di chiamarlo “amico”.
Certo l’amicizia era buona, complice e intima, magari un tantino troppo intima per essere definito solo un amico.
"Compagno" le ricordava il comunismo e gli amici di suo padre che si salutavano chiamandosi a quel modo, quando, negli anni ottanta Brusa, il “zitellonissimo” testimone di nozze dei suoi genitori, l’aveva prenotata come sposa.
Quel tipo la terrorizzava quando, entrando in casa con un’espressione tra il divertito e il satanico, urlava “Questa me la sposo io quand’è grande, tienimela da parte.”
Forse proprio per questo, e i geni ribelli da femminista già innestati e guardinghi, una notte la piccola di quattro anni si svegliò tra strilla, sudori freddi e pianti, la madre corse da lei e seduta sul lettino le chiese con amore cosa fosse successo: “Mamma io non voglio sposarmi”, le rispose tra i singhiozzi disperati.
Brusa poi, alla fine si sposò, fu uno dei primi che andò in Ucraina a commissionarsi la sposa, poi una seconda e non fece in tempo a combinare le terze nozze perché la strada decise che il suo viaggio sulla terra doveva terminare lì, dove le mogli sembravano crescere sulle piante.
Quindi, pur senza una definizione certa del suo amore, la giovane donna di nome Luciana si buttò alle spalle tutte le ansie e perplessità e partì con Giuseppe il suo amico molto intimo, compagno d’avventura, fidanzato solo col senno di poi, ma molto poi.
L’anno successivo ripeterono l’esperienza e come le coppie collaudate decisero d’andare nello stesso posto dell’anno precedente, mai errore fù più grave.
Entrambe erano anime in ricerca, mai completamente tranquilli perché, come tutti quelli che cercano, quando trovano hanno già in mente qualcosa di più bello e misterioso da studiare, cercare e stanare, ovunque sia, dentro o fuori il loro cuore.
La vacanza eguagliò in bellezza la prima, le spiagge erano ancora splendide, le avventure in macchina a cercare la sagra dell’oliva ascolana in un paesino sperduto dal nome impronunciabile, per poi perdersi in campagne straordinarie vista mare e mangiare pane e formaggio litigando con Peggy perché non si pappasse tutto, condirono quei meravigliosi sette giorni creando poi aneddoti che si divertirono a raccontare sino ai giorni nostri, ma non era sufficiente.
Sentivano la necessità d’impiegare meglio il loro tempo, Giuseppe passava 358 giorni l’anno a rincorrere bit e byte, Luciana s’era ridotta ad emozionarsi davanti a un mastrino che a fine anno si chiudeva con saldo zero e sentivano di non essere solo quello.
Dentro le loro corazze, grattando solo un poco l’armatura, si poteva intravvedere che c’era di più, che il loro animo avventuroso palpitava burrascoso.
Per quanto tempo, un’anima in ricerca, può ignorare le rondini che ha nel cuore?
L’estate a seguire cambiarono registro e si trovarono a fare volontariato con dei padri cattolici in Guinea Bissau, la terza classe del terzo mondo. (continua)